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Storia
LA MASCHERA, mèlange di verità e menzogna, di sincerità ed illusione, dalle origini difficilmente rintracciabili, ha al suo esordio prerogative esclusivamente rituali e mantiene nel suo divenire storico quel concetto trasgressivo che sta alla base di ogni forma di mascheramento. Regina del carnevale, che non conosce distinzioni fra attori e spettatori, la maschera dà il via alla fuga temporanea dal vivere quotidiano, dando sfogo agli istinti più repressi e al contempo fa risaltare aspetti dell'uomo che il vivere sociale normalmente nega, rivelando talvolta qualche verità nascosta. Non a caso, l'acuto dandy, protagonista dei salotti mondani inglesi, in un altro dei suoi celebri aforismi, amava sottolineare che "l’uomo é poco se stesso quando parla in prima persona; dategli una maschera e vi dirà la verità".
Accanto alla maschera, il travestimento, elemento obbligatorio della festa popolare, celebra in questa forma di rinnovamento dei vestiti, come osserva giustamente Bachtin, il bisogno del popolo di rinnovare la propria immagine sociale: il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. L'illusione che si viene a determinare di una possibile eliminazione di ogni distanza sociale, impossibile in tempi normali, crea un contatto più libero, più familiare in cui ogni liceità di linguaggio e di comportamenti fa parte dell'allegria generale e della trasgressione collettiva.
Venezia, più di ogni altra città, ebbe fama per i suoi carnevali, per i più curiosi travestimenti, per le singolari avventure amorose più o meno oneste, per gli intrighi più o meno puliti, legati alla maschera, ed in proposito esiste una ricca letteratura. Il contatto quasi fisico, che si determina quotidianamente tra i suoi abitanti tra calli e callette, corti e campielli, la dimensione di una promiscuità che nega vita alla sfera del privato, forse stanno alla base di un ancestrale bisogno di ritorno all'anonimato, di cui é complice ideale la maschera.
Il carnevale é di casa a Venezia e ancor di più la maschera, che non si lasciava facilmente imbrigliare nei ristretti tempi concessi dal calendario, tanto da offrire l'impressione agli esterrefatti viaggiatori "illuminati" di un carnevale senza fine. E anche nel momento di maggior tensione e pericolo, quando la peste miete inesorabile le sue vittime, la macchina carnascialesca non si ferma e, quando il declino della gloriosa Serenissima sembra ormai inevitabile, il carnevale erompe in uno sfogo di gioia collettiva che sembra voglia esorcizzare il male e la maschera recupera allora la sua origine apotropaica, proprio come quando lo stregone la indossa per tenere lontani gli effetti del maleficio.
Andrea Zanzotto, in una sua acuta nota, afferma che il carnevale veneziano costituisce quasi "l'immagine di una prevaricazione benigna dell'utopia sulla realtà", una realtà malata, quella della città settecentesca, che si "lascia andar a morte tra canti e bagordi" piuttosto che rinnovarsi. E’ una città che fa i conti con la Storia. I suoi governanti "sapevano che avrebbero dovuto rinnovarsi, ma intuivano che nessun rinnovamento puramente storico li avrebbesalvati la tensione a un rinnovamento fuori-Storia si manifesta nel dilagare del carnevale praticamente attraverso tutto l’anno, vera maschera della proiezione utopica, al di là di ogni rinnovamento di carattere storico".
Cala così il sipario sulla storia della Serenissima che sa trovare anche nella sua morte la stessa eleganza che l'ha contraddistinta in tutta la sua millenaria esistenza, ma il carnevale di Venezia e forse una novella araba fenice, pronta a risorgere dalle proprie ceneri per festeggiare oggi con l’allegria della danza macabra, lo sberleffo é i dovuti scongiuri un'era che ha concluso il suo ciclo e vede solo il buio nel proprio futuro.

Testi tratti dal libro di Danilo Reato "Le Maschere Veneziane" Arsenale Editrice La bauta  
 
 
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