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Arlecchino
E’la maschera più popolare della Commedia dell'Arte, il "secondo zanni" nato - si dice - fra le arie stagnanti della Bergamo bassa e, diversamente dal suo compaesano Brighella, mostra scarso intelletto ed e sciocco, credulone e costantemente affamato. La leggenda della nascita nella Bergamo bassa è utile se confrontata con quanto scrive Tomaso Garzoni sulla professione dei facchini, diventata un vero monopolio dei bergamaschi: nati nelle montagne del bergamasco, ove son tratti fuori del tinaccio come tanti gazotti dalla gabbia, et mandati fuor dalla vallata a beneficio di tutto il mondo, che si serve di loro come asini, o di muli da comma nelle faccende che occorrono alla giornata... sono grossi d'aspetto, ma di dentro son cosi grossi di legname, che gente più tonda quasi non si ritrova di codesta... hanno una lingua tale, che i zani se l'hanno usurpata in comedia per dar trastullo, e diletto a tutta la brigata.
Vuole taluno che il suo abito derivi dal mimus centunculus romano. Goffo e sempre gabbato è posto, a livello sociale, un gradino piu basso del suo fedelissimo amico-nemico e compagno di avventure Brighella.

Facchino, truffaldino per natura e di nome, e sempre affamato, nel senso piu completo della parola, poichè 1'attore che lo incarnava sulle scene spesso ne condivideva le amarezze di una vita grama.
Il documento iconografico più antico è un quadro di Pourbus il Vecchio del 1570. In abiti da mezzano appare pure nella raccolta Grevembroch.

Il vestito è costituito da una giubba e pantaloni a toppe coloratissime ed irregolari, un berretto di feltro bianco col corredo di un pezzo di coda di coniglio o di volpe, una cintura da cui pende la spatola di legno, normalmente usata per mescolare la polenta, che è chiamata "batocio". Sul viso porta una mezza maschera nera dai tratti demoniaci e felini, qualche volta munita di sopracciglia ispide e mustacchi. Il naso e camuso; completa il tutto un vistoso bernoccolo sulla fronte. Parla un bergamasco arcaico, contaminato da detti gergali anche di altri dialetti. Arlecchino è una maschera acrobatica con una gestualità particolarmente complessa. Il suo modo di incedere è simile ad una vera e propria danza. Beffeggiato da tutti è, in verità, anche la maschera più contesa da varie nazioni, C'e chi lo fa discendere per le sue caratteristiche mostruose da qualche personaggio delle saghe demonologiche anglosassoni. Anche Dante, fra la masnada di Malebranche, cita un demone chiamato Alichino (Inferno, canti XXI e XXII). Sempre nel Medioevo si trova il come di Boulogne, Hernequin, che morì in uno scontro con i normanni divenendo protagonista di molte leggende diaboliche. Adam de la Halle nel Jeu de la feuillée parla di un diavolo con un nome analogo a quello di Arlecchino. Migliorini vede assai chiaramente la discendenza del personaggio dalla figura tradizionale degli Herlequins, buffonesca degenerazione della mesnie Hellequin, una processione di dannati, nota fin dal secolo XI. La Francia lo fa suo e gli italiani, pur di contenderlo agli altri ne fanno derivare il nome da una corruzione di "Herculinus", l'Ercole mangione e pasticcione ricavato dalla tradizione greco-campana dei "fliaci". Eppure a farlo diventare famoso e grande sono stati molti italiani. Da Domenico Blancolelli a Trlstano Martinelli, da Evaristo Gherardi al goldoniano Antonio Sacchi, fino ai piu moderni dal celebre strehleriano Marcello Moretti all'ultimo grande Ferruccio Soleri; una famiglia che gelosamente ne ha conservato intatti i segreti attraverso i secoli e forse e proprio vero che anche Arlecchino, come un giorno lo scherzoso Petrolini, altra immortale maschera vivente, liquiderà tutte le complesse disquisizioni dei dotti salomonicamente dicendo che, in definitiva, "ognuno discende soltanto dalls scale di casa sua". Una verità questa incontestabile, perfettamente in tono con la nostra maschera.

 
 
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